I pm che non scorgono “il pentimento”

L’inchiesta sugli atti di corruzione che potrebbero essere stati perpetrati all’ombra delle scelte di emergenza della Protezione civile suscita giustamente grande interesse e preoccupazione. E’ necessario che su quei fatti e sulle specifiche responsabilità penali si faccia chiarezza nel modo più limpido e nei tempi più rapidi. Ma proprio perché c’è un’esigenza di giustizia ampiamente sentita, stonano certi atteggiamenti e certe pratiche di tipo giustizialista che sembrano alludere alla giustizia sommaria dell’esposizione mediatica più che al riscontro meticoloso di prove concrete e dimostrabili.
25 FEB 10
Ultimo aggiornamento: 12:07 | 5 AGO 20
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L’inchiesta sugli atti di corruzione che potrebbero essere stati perpetrati all’ombra delle scelte di emergenza della Protezione civile suscita giustamente grande interesse e preoccupazione. E’ necessario che su quei fatti e sulle specifiche responsabilità penali si faccia chiarezza nel modo più limpido e nei tempi più rapidi. Ma proprio perché c’è un’esigenza di giustizia ampiamente sentita, stonano certi atteggiamenti e certe pratiche di tipo giustizialista che sembrano alludere alla giustizia sommaria dell’esposizione mediatica più che al riscontro meticoloso di prove concrete e dimostrabili. L’avvio dell’inchiesta che ha affastellato, dentro il solito fiume senza argini delle intercettazioni, ipotesi concrete di reati specifici mischiate con illazioni persino pruriginose, non è stato brillante. Facendo confusione tra reati e malcostume si rischia di infangare degli innocenti.
L’esigenza di rispettare le garanzie non è solo una, peraltro sempre giusta, petizione di principio, è anche una caratteristica necessaria per evitare che un procedimento giudiziario venga “buttato in politica”. Anche l’argomento impiegato dalla procura fiorentina per opporsi alla concessione della libertà per gli indagati, che devono restare in carcere (prima del processo) perché non avrebbero espresso “la sia pur minima presa di coscienza”, circa i loro comportamenti, viene dal lessico e dall’armamentario ideologico del giustizialismo. Si resta in carcere prima del processo se c’è pericolo di fuga, di inquinamento delle prove o di reiterazione del reato. Si tratta di eventualità future, che consentono quindi un’ampia discrezionalità nella valutazione della loro sussistenza. Diversamente, il mancato pentimento non è né giuridicamente né tantomeno moralmente una ragione per privare qualcuno, che peraltro ha tutto il diritto di proclamarsi innocente e di essere ritenuto tale fino a sentenza definitiva, della libertà personale. Il carcere preventivo non può essere utilizzato come misura coercitiva, atta a strappare confessioni o, peggio, “pentimenti”. Se fosse così, sarebbe paragonabile alla tortura o ad altri antichi metodi coattivi, intollerabili in uno stato di diritto. Procedure corrette e garantiste sono necessarie sempre, appaiono particolarmente importanti in un procedimento dal quale tutti vogliono poter trarre una verità certa.